
L’industria discografica ha ucciso la cultura: questo il titolo di un articolo di George Howard, presidente della Rykodisc e professore di music business/management presso Berklee, recapitatomi in posta elettronica dalla newsletter del Tunecore blog.
Lì per lì ho pensato fosse l’ennesimo sproloquio inutile sulla direzione che potrebbe prendere il music business in questo particolare contesto storico.
In realtà Howard ha offerto spunti di riflessione davvero interessanti.
A cogliere la mia attenzione è stata una sua affermazione piena di positività, in apparente contrasto con il critico andazzo generale del mondo discografico e una più vasta cristi economica ormai a livello mondiale.
”This era of the music business is a particularly good one for the independent artist: the bottom line is that a significant reason that now is a great time to release your own music is that the cost of failure is so low.”
Insomma le nuove tecnologie, secondo Howard, permetterebbero agli artisti indipendenti di inserirsi in un momento discografico florido, incentivati da un basso “costo di fallimento”. Continua sostenendo come, nell’industria discografica tradizionale, fallire con un primo tentativo di pubblicazione tramite major, vorrebbe dire diventare per sempre un pariah per l’industria discografica: non ci sarebbe mai più la possibilità di ottenere in futuro un altro contratto major dopo aver creato un buco economico all’interno di un’azienda. In più Howard attacca pesantemente questo sistema, ritenendolo l’assassino della cultura: difatti l’artista perde la possibilità di una seconda chance perché i produttori vogliono ovviamente mantenere un determinato “money flow” con il più basso rischio possibile, motivo per cui è da sempre stata una prassi ricalcare i binari di progetti di successo precedenti ripetendoli con progetti che si avvicinano a quei target.
L’artista indipendente non ha invece un costo di fallimento così grande; anzi, secondo Howard, può benissimo essere considerato, nel mercato indipendente, un importante nuovo punto di partenza per “aggiustare il tiro” di un nuovo progetto. In questa ottica consiglia la teoria manageriale di W. Edward Deming, la “Deming Cycle”: plan, do, check, act, ciclicamente.
Howard sottolinea l’importanza di questo metodo secondo un principio che condivido in toto, se parliamo di mercato indipendente: nessuno sa ciò che il mercato vuole, anche se molti credono di saperlo.
Il consiglio è quindi inserirsi nel mercato velocemente per avere un primo colpo da utilizzare quasi come un analisi di mercato: con i risultati ottenuti, quale potrebbe essere il mio marketplace, in che paesi, con quale target d’età e gusto? Informazioni fondamentali per migliorare il colpo successivo e inserirsi sempre meglio nel music business.
Fonte: http://blog.tunecore.com
